Luoghi per pensare ovvero tutti i posti dove mi sono arrovellata le meningi.

Luoghi per pensare ovvero tutti i posti dove mi sono arrovellata le meningi.

Nella frenesia dei giorni settimanali, in cui le giornate iniziano con una sinistra vibrazione del telefono e la conseguente andatura alla the walking bed fino al bollitore del the, è difficile ritagliarsi tempo per pensare.

Pensare? A cosa?” direte voi.

Intendo il pensare punto e basta, ai grandi dilemmi della vita, al tempo che deve venire e quello che non tornerà, alla prima cosa che mi passa per la testa. E’ un pensare più tipo quando ti vedi una ruga allo specchio, e pensi “minchia!” e poi pensi a quando le rughe le sentivi nominare solo nella pubblicità dell’Oil of Olaz e  avevi sedici anni e poi pensi a una delle mille sordide palestre di provincia in cui giocavi a pallavolo e a quell’indefinibile odore di cuoio dei palloni, di ginocchiere sudate, di pesticidi che entravano dalla porta d’ingresso d’estate e a come la mattina a scuola ti sganasciavi di sbadigli davanti alla prof di latino che spiegava la seconda declinazione e ti guardava con odio sincero, e al tuo compagno di banco che era un feticista dei lobi delle orecchie.

Io ho sempre avuto posti specifici per pensare.

Ad esempio fino alla terza media, quando volevo pensare per bene andavo a sdraiarmi sul pavimento davanti alla finestra del salotto di casa mia, alzavo un pochino le tapparelle e sbirciavo il paesaggio fuori; all’epoca c’era una specie di pioppo enorme proprio lì davanti con i piccioni che facevano avanti e indietro e poco più in là il silos della riseria che c’è vicino alla stazione e poi le risaie e i pali della luce a perdita d’occhio e insomma non era lo skyline di Manhattan ma era bello lo stesso, almeno lo era per me. Potevo stare lì delle ore, compatibilmente al fatto che comparisse mio padre e mi chiedesse cosa mazzo stavo facendo, e pensare a robe pazzesche, tipo appendere delle note ai fili dell’elettricità e creare un pentagramma enorme che suonasse una melodia diversa a seconda di quante luci erano accese in quel momento nelle case del mondo. Non bevevo eh, almeno all’epoca, avevo solo la fantasia sfrenata dei quattordici anni.

Alle superiori è partita invece l’epopea della vasca da bagno, in quanto il bagno era l’unico luogo della casa in cui avessi ragionevoli motivazioni per chiudermi dentro. L’adolescenza, si sa, è quel periodo in cui i genitori sentono il bisogno di controllare cosa stai facendo ogni quattordici secondi e, contemporaneamente, il periodo in cui tu senti la necessità di fare cose senza che nessuno ti controlli MAI. Così mi chiudevo in bagno, mi sdraiavo nella vasca vuota e pensavo alla grande fregatura di crescere, alla mia evidente inadeguatezza al modello femminile socialmente accettato dal liceo di provincia, al ragazzo per cui mi struggevo inutilmente e alla sua funambolica abilità nel tenere i piedi in più scarpe comprese le mie, ma soprattutto alla possibilità empirica di evadere da casa calandomi dal quinto piano con un rotolo di cartigienica e degli asciugamani.

All’università ho scoperto invece il piacere di potere pensare in compagnia e così ho condiviso con una delle mie migliori amiche tre meravigliosi anni di intensi pensamenti in un chiostro medievale, con tanto di capitelli, silenzio, ombre, pietre e robe così, un po’ nome della rosa, tipo che mi sono resa conto di avere pensato più robe in quel chiostro che in tutta la vita seduta dietro i banchi della facoltà e la cosa meravigliosa di tutto quel tempo passato a pensare è che il tempo era tempo vero, i pomeriggi duravano come pomeriggi normali e non avevo ancora la sensazione di avere appoggiato il culo sul tasto forward della mia esistenza.

Ultimo capitolo della mia vita di rana pensatrice è stato l’anno della grande transumanza, ovvero quando ho incominciato a lavorare a Torino da pendolare e per un intero anno mi sono sparata quattro ore di viaggio al giorno, due la mattina e due la sera, su diversi mezzi di trasporto pubblici, quasi sempre in ritardo e quasi sempre lenti e obsoleti. La parentesi cogitante su pullman e treni di dubbia qualità igienica si è accompagnata a lunghe sperequazioni sulla razionalità o meno delle mie scelte lavorative, soprattutto perché in quel periodo lavoravo con una donna che lanciava telefoni come fossero coriandoli di carnevale e lottavo con il mio super io e la mia buona educazione per non mandarcela.

Adesso penso nei ritagli di tempo, mentre aspetto di fare qualcosa o che qualcosa finisca. Penso soprattutto ai semafori rossi mentre vado a lavorare la mattina, penso che quest’anno la primavera sembra non arrivare più, penso a cosa pensano quelli che mi vedono ballare stevie wonder mentre aspetto che diventi verde, penso che vorrei prendere l’autostrada e andare al mare, penso a che coraggio hanno quelli che vanno a correre al parco anche se fa ancora freddo.

Poi mi penso sdraiata sul pavimento freddo anche se fuori è estate,  con le gambe allungate sulla pietra di un chiostro medievale, con le gambe incastrate in un regionale senza aria condizionata, in piedi su un pullman che porta alla periferia di Torino, penso a come vorrei avere il tempo di pensare ancora a cose pazze e senza senso e penso che questo blog sia anche questo, uno stare ferma in mezzo alle cose, nascondersi e pensare.

Genio. Meraviglia.

Genio. Meraviglia.

 

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