Il mio migliore amico perduto

Il mio migliore amico perduto

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Il mio migliore amico perduto è qualcosa su cui mi sono arrovellata per tutta la prima decade degli anni duemila.

Il mio migliore amico perduto era in assoluto l’ amicizia migliore mai avuta in vita mia, la persona che mi conosceva meglio, con cui mi sentivo a casa, con cui non ero imbarazzata mai per nessun motivo, la mia coscienza quieta in caso di perplessità amletiche, il primo messaggio che ricevevo la mattina e l’ultimo prima di addormentarmi. So che senza di lui non sarei sopravvissuta senza turbe psicologiche alla mia sensibilità fuori luogo a vent’anni,  non avrei mai sviluppato il mio senso dell’umorismo, mai sopravvissuta agli infiniti inverni nebbiosi della bassa, mai sviluppato una capacità soprannaturale nel trovare soprannomi per chiunque. Il mio migliore amico perduto era una delle poche persone con cui si poteva anche solo stare zitti e ascoltare la musica in macchina senza sentirsi completamente fuori luogo.

L’unico a capire e assecondare la mia ossessione per i compleanni e le grigliate a Pasquetta. Quello che non voleva essere salvato ma alla fine si convinceva sempre a passarmi a prendere e andare a deprimerci insieme sui mali della vita. Quello che sapeva sempre farmi ridere. Quello che accettava le mie scuse davvero. Quello che preparava il miglior cuba libre del mondo. Quello che quando gli presentavo le mie infatuazioni del momento mi ascoltava serissimo quand’anche si trattasse di emeriti coglioni. 

Poi a un certo punto della vita il mio migliore amico è diventato il mio migliore amico perduto.

Quindi nell’ordine delle cose che mi ha insegnato devo inserire alla fine anche questa: mi ha insegnato a lasciare andareE non una cosa qualsiasi o una persona qualsiasi. Lasciare andare gli stronzi per esempio è facilissimo, ma lasciare andare le cose importanti, lasciare andare le persone senza le quali ci sembrerebbe impossibili essere noi stessi, quello sì che è difficile. Quando è stato chiaro che non avremmo mai più potuto essere quelli di una volta, che le cose si sarebbero logorate, che saremmo diventate due persone che fanno finta di essere amiche sul serio l’ho visto porgermi da lontano una forbice e dirmi “Vedi? Questo è il filo che ci teneva insieme e ormai è talmente sottile che basterebbe un qualsiasi soffio di vento a spezzarlo. Io non voglio che sia un soffio di vento a lasciarmi andare. Voglio che sia tu“.

Certo non si è mai parlato di fili, ma ricordo una sera d’estate in cui i nostri discorsi suonavano così stonati e forzati e non capivo cosa stesse succedendo. La melodia era la stessa; eravamo noi a essere diversi e non saremmo mai più tornati indietro. Quindi ho tagliato il filo e ho visto allontanarsi alla velocità della luce tutto un enorme mondo di discorsi, parole, ricordi, avventure. L’ho tagliato senza sapere se sarei rimasta in piedi comunque,  perché ho capito che era arrivato il momento di lasciare andare.

La morale è che certe volte dobbiamo proprio lasciare andare.

Ed è una fatica immensa e preferiremmo trascinare le cose per anni piuttosto che capire come potremmo stare senza. Il problema è che finiremmo con il logorare la meraviglia che è stata, deformare la purezza di un momento per raccontarci che se le cose non hanno funzionato è stata colpa di. Eppure quello che viene dopo può essere bello comunque;  andremo avanti per strade diverse e saremo lo stesso felici anche dopo avere lasciato andare qualcosa o qualcuno.

Per questo ti ringrazio migliore amico perduto. Per avermi insegnato che la felicità vuole i suoi spazi e che per averli bisogna lasciare andare cose e persone senza rancore; alcuni vuoti torneranno a riempirsi, altri resteranno vuoti ma ci saranno comunque altre strade da percorrere, altre persone da incontrare perchè non sempre il finale cambia il resto della storia.

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