Coriandoli balcanici, road to Sarajevo.

Coriandoli balcanici, road to Sarajevo.

La Bosnia è a circa 1300 chilometri da Torino. Sarajevo è a circa 1162 chilometri.

Il che, insomma, è una cosa pazzesca perché sali in macchina ti sposti di milletrecentochilometri in una direzione e scopri un altro mondo. In cui si respira un’aria diversa e non solo perché la guerra se ne è andata da poco ma perché ci sono minareti, moschee, sinagoghe, chiese,  grattacieli futuristici, donne col velo, case sparate, donne col chador, donne con la minigonna, muezzin che cantano durante la giornata, tram colorati come scatolette di sardine, cimiteri bianchi e neri che attraversano la città e accarezzano le case, grandi fumi di grigliate che si alzano verso il cielo, e insomma, tu arrivi e per i primi quaranta minuti non ci capisci niente.

Sarajevo

Poi mangi un burek, bevi un bicchiere di yogurt poi una birra (pivo) poi una rakjia e sei ubriaco. Il che è ottimo perché ti rilassi e inizi a sentire quella musica. Quella musica che è la sinfonia di un’orchestra stramba, l’insieme dei rumori che compongono la vita di tutti i giorni e che raramente riusciamo ad ascoltare all’interno delle nostre metropoli. Perché quello che ti colpisce di Sarajevo è il rumore e poi il silenzio prima che tutto cominci di nuovo, un po’ come quelle rare volte in cui ci capita di svegliarci davvero presto la mattina e il mondo sembra lo scenario addormentato prima di una grande rappresentazione di teatro.

Sarajevo

A Sarajevo (Сарајево) tutto è una grande combinatia di cose. Si passa da un paesaggio a un altro, da una cultura a un’altra, da una religione a un’altra nel giro di poche centinaia di metri. Il mio primo pensiero è stato quanto ci stiamo perdendo. Il secondo quanto meraviglioso e doloroso possa essere allo stesso tempo l’umano stare insieme. Questi posti che hanno visto passare centinaia di volti e di culture sono stati anche il teatro di una guerra di atroce banalità, fatta di edifici ridotti a brandelli, bombe sul mercato, sulla gente in coda alle poste, sulle persone ammazzate in salotto dalle schegge di granate.

Sarajevo

E io da brava occidentale non capivo. Non capivo come si potesse dimenticare per andare avanti. Come si potesse dimenticare con i cimiteri di fronte a casa e i segni sulle pareti, come si potesse andare a fumare il narghilè in bascarsija, intonacare le facciate delle case e costruirne di nuove, uscire il sabato sera, comprare i vestiti da Zara. Poi ho pensato che forse il vero problema era la mia mente da occidentale, quella che ragiona per schemi razionali, quella per cui andare avanti vuol dire dimenticare altrimenti non può esistere spazio per altro. Per cose folli ad esempio, come la speranza di un futuro diverso, di una convivenza possibile al di là di ogni divisione etnica/religiosa/culturale.

Sarajevo

Sarajevo mi ha cambiato e probabilmente continuerà a farlo tutte le volte che ripenserò ai miei posti del cuore. Li consiglio anche a voi nel caso doveste mai capitarci:

– La Moschea di Gazy Husbrev Rey. Un posto dove la pace ti risale le dita dei piedi e ti entra in testa.

Sarajevo

Il Morica Han (caravanserraglio). Il chai tea migliore mai bevuto finora.

Sarajevo

I palazzi di Grbavica. I bambini che ci giocano a pallone intorno. 

Sarajevo

Il ristorante Biban. Una vista di Sarajevo dall’alto che lascia senza fiato per davvero (e un’ottima combinatia)

Sarajevo

“Due conclusioni si impongono da sole: o il mondo sarà ben presto popolato esclusivamente da emigrati o dovrà divenire l’unica patria universale degli uomini”

(Izet Sarajlic – Erranza dei poeti)

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