rientro

Stayin’ alive, l’hangover del rientro.

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I miss you Tindari

Passare da trenta gradi, spiaggia, i piedi che fanno sciaf sciaf nell’acqua, possibilità illimitate di assopirsi in qualsiasi momento 18 gradi, pioggia, piedi che fanno sciaf sciaf nell’umidità, impossibilità di dormire copiosamente, tornare al lavoro: ecco cosa significa il rientro dalle vacanze ed ecco come si manifesta la mia sindrome da rientro.

Siccome bisogna ricominciare tutto, ma proprio tutto, lavorare, casa, amici, famiglia, vengo presa da una frenesia sociale in cui decido di vedere tutti quelli che conosco e organizzo un mirabolante numero di cene, aperitivi, happening di varia foggia e colore. Anche quest’anno non sono sfuggita al solito cliché; rientrata da appena quarantottore in quel di Torino mi cimento in una cena casalinga con quantità di calorie illimitate e un finale di serrati bicchieri di limoncello in rapida sequenza. Certo una flebile vocina dentro di me mi sussurra di abbandonarmi alla depressione del rientro, di non cercare di combatterla con una falsa imperattività. Ma io non ascolto quasi mai i miei moti interiori, la vita è istinto ed è giusto abbandonarsi ai propri sentimenti del momento.

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La me stessa del mattino ovviamente pensa che la me stessa della sera precedente sia una completa idiota. Appena sveglia l’impressione è quella di essere sdraiata sotto un’asfaltatrice; sono le sette e mi è chiaro che l’obiettivo delle prossime ore sarà quello di restare viva ed evitare che il mio cranio imploda. La memoria torna immediatamente al mio più epico hangover risalente ai festeggiamenti dei miei trent’anni, occasione in cui decisi di sperimentare il temutissimo tamango e trascorsi la giornata successiva a gemere nel letto invocando lavande gastriche e pratiche testamentarie. Da allora presto di solito molta attenzione ai mischioni alcolici e ai cocktail con nomi esotici, perché come saggiamente suggerisce la Ghost Graphic “dopo i trenta non bisogna bere superalcolici perché torni a uno stato di neonato e ti mancano gli enzimi”.

Tuttavia ciò che mi fotte sempre ed inevitabilmente, a discapito di qualsiasi riflessione razionale, sono le bevande fredde, che esercitano su di me un fascino sinistro e irresistibile. Non è quindi questione di alcool in sé ma piuttosto di temperature: se la birra è tiepida ci metterò due ore a berne metà e lascerò il resto a languire nel bicchiere, ma datemi una birra ghiacciata e la prosciugherò come fosse l’ultima rimasta sul pianeta terra. Quindi quando al termine della cena le alternative possibili erano acqua del lavandino  di contro a un meraviglioso limoncello ghiacciato, di quelli con la bottiglia appannata dal freddo, il mio destino era segnato. Ciao ciao influssi benefici delle vacanze, benvenute occhiaie da Dario Argento.

Dopo avere trascorso circa mezz’ora a fissare l’orologio digitale in cucina come un allocco e avere trangugiato una bottiglia di Gatorade per reidratarmi (NON FATELO), mi sono trascinata in ufficio ascoltando Stayin Alive dei Bee Gees per motivarmi a continuare a respirare. Alle dieci e trenta ho ordinato un panino al crudo e ho riacquisto l’uso dei muscoli facciali, alle undici un amico mi ha consigliato di sniffare del tarassaco per riprendermi , a mezzogiorno ho realizzato che le vacanze erano finite, il cielo su Torino era grigio topo e che faceva pure parecchio freddo.

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La sindrome da rientro è così; devastante, inesorabile, necessaria.

Una questione di sopravvivenza.

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