Quattrocentocinquanta chilometri di corsa

Quattrocentocinquanta chilometri di corsa

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(questo post sembra l’introduzione di uno di quei libri motivazionali sulla corsa ma siccome il blog è mio e le pretese stanno a zero mi è venuto di scriverlo e così ho fatto)

Ad un certo punto arriva il sole.

Intorno è tutto ghiacciato, tutto bianco, ci sono gli uccelli che si lasciano trasportare dalla corrente sul fiume e dopo qualche minuto si alzano tutti in volo e attraversano il cielo. Sembra una di quelle scenografie da film di Terrence Malick, o forse è solo perché sono andata a letto troppo tardi.

Il fiato fa degli sbuffi bianchi, l’aria che mi entra in gola è gelida, ho la faccia spaccata dal freddo, gli occhi che mi lacrimano, la bocca screpolata e sono felice. E’ una cosa insensata questa della felicità che mi dà correre la mattina presto, con il corpo che urla pietà e l’anima che danza, i polmoni che scoppiano e la voglia di cantare insensatamente in quel freddo insensato.

Eppure. Eppure alle sette suona la sveglia e mi sto infilando quegli orribili pantaloni neri e bluette e i guanti e la fascia e le scarpe ancora sporche di fango dalla corsa precedente.

I primi due chilometri vanno via veloci, corro in fretta perché fa un freddo cane e voglio arrivare subito al parco, agli alberi, lasciarmi la città alle spalle, i torrenti di auto, i clacson, i bambini con lo zaino in spalla, le signore che vanno al mercato, i pendolari sul pullman.

Al chilometro tre sono al primo laghetto e vado in crisi, me lo aspetto, quello è il momento in cui il mio corpo vorrebbe fermarsi, ho i muscoli che urlano, il fiato diventa corto e c’è la prima maledettissima salita, ottanta metri scarsi che a quell’ora, con quel freddo mi sembrano peggio dell’Everest. Il chilometro tre dura più di tutti gli altri, è quello in cui vorrei fermarmi subito, teletrasportarmi a casa nel letto, bere, fare una doccia calda di mezz’ora e invece resisto, stringo i denti, cerco di concentrarmi sull’albero più lontano e quando lo raggiungo so che è passata.

Le gambe vanno, il fiato torna normale e sono in pieno trip. Il mio viaggio più bello inizia ora; il cervello si spegne e si riaccende settato sulla modalità random, ho la sensazione di non essere più io a pensare i miei pensieri, ma che quelli vengano da soli, da fuori, e io possa guardarli passare,  scegliere su quali soffermarmi e lasciare andare tutto il resto. Certe volte ripesco dei ricordi di quand’ero bambina, cose che pensavo di avere dimenticato e invece se ne stavano nascoste in qualche polveroso cassetto della mente. Altre volte mi limito a fissare gli alberi, le nuvole, la luce del sole, gli aerei che mi passano sopra la testa, e intanto il tempo passa e ho già fatto altri tre chilometri e mi sento alla grande.

La verità è che anche se adesso sono quasi arrivata al mio primo anniversario da runner non sento ancora l’esigenza di fare una gara di qualsiasi tipo; so che dovrei/potrei, che sarebbe comunque bello avere un obiettivo da raggiungere.

Ma forse quello che mi piace davvero del correre, in questo periodo della mia vita, è la totale assenza di obiettivi, non per dimagrire, non per sudare, non per sfogarmi, solo perché ci sto bene e basta.

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