Mi definisco un cantautore: il potere delle parole.

Mi definisco un cantautore: il potere delle parole.

Ci sono solo due occasioni della vita in cui resto senza parole: quando succedono cose brutte e quando sono pesantemente incazzata.

Sulla seconda casistica il povero Baffo potrebbe narrarvi tutta una serie di acute strategie che ha perfezionato negli anni per salvaguardare la sua persona e scuotermi dai miei stati di pre-innesco atomico (abbracci, shottini di barbera, quantità di cibo illimitate da offrirmi in rapida sequenza). Il primo segnale della mia folle rabbia assassina è sempre il silenzio totale, quello in cui non rispondo neanche più a monosillabi ma mi limito a fissare punti indefiniti sulle pareti o sul pavimento perché ho bisogno di restare concentrata. La ragione principale di questo mutismo forzato è che so con certezza che se non mi trattengo le parole verranno a pioggia, la pioggia diventerà tsunami, e lo tsunami si trasformerà in un diluvio di robe a cui non saprò porre rimedio. Perché le parole una volta là fuori fanno quello che vogliono, prendono strane pieghe e soprattutto non si possono rimangiare.

parole

Non so voi ma se dovessi stilare un elenco di tutte le parole che sarebbe stato meglio rimanessero dentro al mio dotto faringeo avrei bisogno di un libro di cinquemilioni di pagine. Quei momenti in cui ti accorgi che ormai è troppo tardi, te lo sei lasciato sfuggire e vorresti avere un aspiratore di parole a portata di mano o la comoda funzione “rimuovi questa cazzata che ho appena detto” come su skype. Le parole sono un affare importante, hanno un potere che neanche gli Avengers tutti insieme e bisogna sempre farci molta moltissima attenzione.

Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere.
– Emily Dickinson

Allo stesso modo quando accadono cose gravi e delicate mi capita spesso di restare senza parole; o meglio, ne avrei, ma non ne trovo di adatte:  vorrei delle parole che si trasformassero in abbracci, che avessero il potere di scaldare, di consolare, di stringere. Di fronte al dolore di persone a cui voglio bene per esempio non riesco ancora a determinare se valga la pena di provare comunque ad articolare un sentimento, un’intenzione, o se invece il silenzio sia la dimensione più eloquente. Le cose più importanti sono sempre quelle più difficili da dire; se lo dico lo renderò reale, e potrei trovarmelo di fronte con una forma diversa rispetto a quella che aveva nella mia testa.

parole

Come la risolvo? Scrivo. Mettere le parole su carta/schermo una dopo l’altra è sempre un ottimo esercizio di razionalità ed equilibrio, fateci caso. A scrivere minchiate così nero su bianco uno si sente ridicolo, così come a scrivere frasi fatte e banali. Quando leggi delle parole intuisci subito la loro vera intenzionalità: scrivere è un esercizio di verità e di precisione delicata, non ci si può mai nascondere più di tanto. A me capita quando scrivo racconti di argomenti lontanissimi da me e poi zan, quando rileggo, ecco il personaggio che fa una cosa uguale uguale a come la farei io, e mi sono tradita. Che poi se ci pensate è un controsenso: scriviamo/parliamo per comunicare qualcosa ma quando la comunichiamo troppo ci sentiamo a disagio e vorremmo tornare indietro.

Quindi cosa scegliere? Parlo o sto zitta? Dico la mia o lascio perdere? Scrivo o passo oltre? Al momento la mia posizione si colloca più o meno tutta in questa citazione di De André, uno che con le parole si dava da fare parecchio:

“Benedetto Croce diceva che fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie  e che, da quest’età in poi, ci sono solo due categorie di persone che continuano a scrivere: i poeti e i cretini. E quindi io, precauzionalmente, preferisco definirmi un cantautore.” 

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