In Treatment: linterpretazione del sonno

In Treatment: l’interpretazione del sonno

Il 2016 è iniziato da undici giorni e già appare chiaro che i miei buoni propositi tra cui “meno cultura pop/più cultura che conta” stanno andando a farsi benedire.

Avevo promesso a me stessa che dopo la scadenza dell’abbonamento a Netflix avrei ripreso a vivere una vita densa di esperienze degne e stimolanti, abbandonando la posizione supina sul divano e l’insana passione per i serial. Peccato che durante le vacanze il Baffo abbia fatto l’abbonamento a internet e con esso ci abbiano concesso quello gratuito a Sky On Line. Dopo la solita settimana del “oh Mio Dio voglio vedere TUTTO” mi sono concentrata sul format HBO In Treatment (no, non quello con Sergio Castellitto, mi rifiuto) ma quello con Gabriel Byrne, l’uomo dalle mille seducenti rughe.

gabriel-byrne-In Treatment

Una nuova categoria: il brizzopsicoserial

La trama di In Treatment è semplice, lui fa lo psicoterapeuta, ogni puntata corrisponde a una seduta con un paziente in particolare che viene raccontato del corso delle diverse settimane di terapia.C’è la vamp gnoccolona, la coppia in crisi, il crazy militare, la ginnasta disturbè, insomma un bel campione di umanità varia ed eventuale, cui il nostro cerca di prestare aiuto come meglio reputa. Francamente non stiamo parlando di massimi livelli, di figata pazzesca, ma In Treatment si lascia guardare ed è a suo modo “terapeutico”; a me rilassa moltissimo ascoltare i cacchi altrui specie dopo una giornata ricca di cacchi miei: l’iter tipo è che di solito guardo mezza puntata mi addormento, mi risveglio con la sigla e la riguardo da capo trovandomi notevolmente più rilassata.

In Treatment

“Mi racconti ancora del rapporto con suo padre”

Finita la prima stagione di In Treatment e sono in corsa con la seconda dove il Nostro ha cambiato location e camiciaio ed alle prese con una causa legale con il padre di un paziente che vuole fargli un culo così. Anche qui viste due puntate, la prima per intero, la seconda con il solito dolce oblio soporifero, il che mi fa sospettare che non avrei mai potuto intraprendere la carriera di psicoterapeuta. Immaginate di avere davanti il vostro medico che dopo mezz’ora di confessioni a cuore aperto sui demoni che popolano il vostro inconscio, stira le braccia, sbadiglia un paio di volte e si rannicchia sul divano a russare. Uno ci resta male.

A me è capitato una volta sola, a un esame di filosofia della religione all’università: dopo avermi posto una domanda un po’ rognosa il professore socchiude gli occhi e fa scattare la testa all’indietro.

In Treatment

Che poi questo assomiglia al mio prof di educazione artistica delle medie che davvero dormiva SEMPRE

L’esame durò in tutto 45 minuti: un minuto per la domanda, 5 minuti per la risposta, 39 minuti di profondi sospiri del professore, di cui 20 minuti trascorsi pensando a come poterlo svegliare senza imbarazzo e diciannove cercando di non addormentarmi anch’io. Poi capite era anche anziano, mica potevo correre il rischio di spaventarlo e fargli venire un infarto. Poi chi mi avrebbe firmato il libretto? Alla fine ricordo di avere fatto scricchiolare poderosamente la sedia, tossito, lasciato cadere l’astuccio a terra e finto totale e assoluta indifferenza.

L’esimio si svegliò, si asciugò la bocca con il dorso della mano e senza fare un plissé assegnò un voto piuttosto alto al suo sonnellino di mezz’ora. Probabilmente aveva dormito alla grande; insomma, a ben ragionarci più che un esame di filosofia della religione, furono senza dubbio preziosi crediti di interpretazione del sonno.

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