Torino, le mie case, la mia casa.

Torino, le mie case, la mia casa.

Ci ho messo tanto a pensare a Torino come “casa mia”.

Ci sono voluti sei anni, quattro case e due lavori per convincermi che forse stavo iniziando ad abituarmici, che forse stava iniziando a piacermi e che lentamente la mia diffidenza da pianura vercellese stava lasciando spazio a una certa gioiosa torinesità.

Quando mi sono trasferita tutto era nuovo e mi mancava avere ricordi legati ai luoghi che incontravo. All’improvviso non c’erano più il baretto in cui bere caffè d’orzo o il chiostro medievale per leggere, o il marciapiede del mio primo incontro col Baffo o il cavalcavia dove mio nonno mi aveva insegnato ad andare in bici.

Torino da principio era un’enorme pagina bianca, anzi grigia, che attraversavo tutti i giorni come pendolare tra fermate di pullman, stazioni umide di pioggia, tangenziali trafficate e una tiepida malinconia per un posto di cui non riuscivo a catturare l’essenza.

Dopo sei mesi di regionali e tantissima stanchezza sono finita a vivere a Grugliasco; allora la Bèla Turin era la grande città da raggiungere con mezz’ora di metro e, alla fine, erano più le volte che facevo venire Torino a casa mia, invitando gli amici a partecipare a cene frugali nella villetta sgarruppata dove avevo affittato una stanza, con il giardino con l’albero pericolante, l’enorme cane lupo di una delle mie coinquiline, le verdure dell’orto, molta povertà di mezzi ma grande gentilezza di cuore.

A Torino per davvero ci sono arrivata con la casa di piazza Robilant, sei piani di scale a chiocciola e un bilocale piccino in cui ho abitato prima da sola e poi con Pandamando, di fianco a una vicina di casa soprannominata amorevolmente La Battona per la la sua passione nel percuotere i muri con pugni e calci sottolineando un enorme fastidio nei confronti del rumore delle grucce del nostro armadio a parete. Per quelle scale ho trascinato piatti, cassoni d’acqua, scatoloni, riempiendo quei 45 metri di casa come fossero la reggia di Versailles. Ho scritto frasi sui vetri appannati della cucina tutte le volte che ho potuto, ho battuto i denti per i maledetti spifferi che entravano ovunque dalle finestre, ho cucinato pizze nel forno elettrico, comprato piante grasse e lavagnette magnetiche, ho compiuto ventinove anni.

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L’antico rituale delle pizzette di compleanno con Pandamando, ottemperato finché ci è stato possibile.

Di tutte le case che ho abitato ho conservato ricordi esilaranti: invasioni di scarafaggi, frigoriferi che si scongelano nel cuore dell’estate, barattoli di fagioli che esplodono nella libreria, cene su sedie da campeggio perché quelle normali erano finite, inverni di serie tv, chiavi lanciate dal balcone per farsi liberare da porte difettose, solitudini, euforie e tantissimi paesaggi finestrati. Ancora adesso quando torno da lavoro, ogni tanto, mi piace ripassare davanti ai posti che ho abitato e immaginare chi vive ora quelle quattro pareti, che aspetto ha, se ha già trovato i suoi ricordi o li sta ancora cercando.

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Tentativi espressionistici malriusciti di fotografare corso Racconigi e contemporaneamente l’interno dell’appartamento.

 

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I sempre amatissimi interni cortile torinesi in zona Campidoglio.

Al quartiere di San Donato mi sono affezionata quasi subito; mi piace questo mix di persone e attività, mi piace perché il panettiere all’angolo fa dei rubatà spaziali e posso arrivare in centro a piedi in dieci minuti, perché d’estate si sentono gli uccelli fischiare in mezzo ai palazzi ma anche per la chiesa col campanile bolscevico, per il cassiere del cinema porno che assomiglia a un basset-hound, perché trovo sempre parcheggio sotto casa e la mattina presto la bottega al piano terra profuma l’aria di cioccolatini appena sfornati.

torino

Io e il Baffo finalmente nella casa nuova con due dei beni di maggiore necessità: tivù e divano.

Ma soprattutto mi piace perché finalmente provo quella sensazione quando esco la mattina o quando rientro la sera; di guardare una strada e ricordarmi di quando ci sono passata con un’amica, di un negozio in cui ho comprato dei regali di Natale, di un palazzo di cui all’inizio non conoscevo il nome. E sento che Torino è diventata casa per davvero e che ci sto scrivendo nuove storie, nuovi capitoli, e penso a quando l’Impressionante mi chiederà di raccontargliele queste storie e dovrò spiegargli di come papà Baffo e io siamo finiti qui per quelli che si chiamano i casi della vita e di come succederà anche a lui, un giorno, di lasciare la sua casa di bimbo e andare nel mondo a cercare altre case, altre storie.

2 Comments

  • augu novembre 1, 2016 at 2:14 pm

    che bella sensazione…la posso comprendere!brava!

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    • coriandoliavapore novembre 2, 2016 at 2:51 pm

      Grazie Augu! E’ un po’ la malinconia dei traslocatori seriali 🙂

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