Eddie The Eagle e il favoloso mondo degli autodidatti.

Eddie The Eagle e il favoloso mondo degli autodidatti.

L’altra sera dopo la tradizionale cena in cui gli invitati sono vivamente incoraggiati a contribuire portando cibarie di loro sponte (si potrà chiamare cena diffusa o solo cena approssimativa?), siamo finiti a parlare del magico mondo degli autodidatti, ovvero coloro che in totale autonomia decidono di impratichirsi in una determinata tecnica facente parte di qualsivoglia campo della conoscenza umana arrivando a padroneggiarla senza aiuti o supporti esterni. Abbiamo scoperto che esistono veramente tantissime persone che imparano a fare cose da autodidatte: c’è chi con un video tutorial ha imparato a realizzare vasi di cartapesta, chi inizia a produrre birra artigianale, chi impara lingue straniere guardando telefilm, chi si affida a canali youtube per aprire barattoli di fagioli a cui è saltata la linguetta (ciao Tizi). Proprio durante l’appassionata discussione mi è venuto in mente l’incipit di un film carinissimo che ho visto da poco e si intitola Eddie The Eagle, la storia vera di un inglese un po’ sciroccato che decide di partecipare alle Olimpiadi Invernali nella disciplina del salto con gli sci, allenandosi da autodidatta.

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Eddie Edwards con la stessa montatura degli occhiali che aveva mio padre negli anni ’80. Ci si domanda se potessero donare veramente a qualcuno.

Giusto per intenderci, il salto con gli sci è una delle cose più terrificanti possibili a livello sportivo: immaginate di venire sparati a centinaia di chilometri all’ora su un trampolino liscio come una saponetta all’olio di argan e finire sparati nel vuoto a folle velocità con l’obiettivo di atterrare senza spaccarvi tutte le ossa di cui la provvidenza vi ha fornito. A me mette i brividi. Ma a Eddie Edwards tutto questo non importa. Quello che conta è trovare una disciplina che gli permetta di approdare alle Olimpiadi e per questo motivo il salto dal trampolino rappresenta un’occasione irripetibile: la Gran Bretagna non presenta atleti da 60 anni e il regolamento per qualificarsi alla squadra olimpionica prevede di completare con successo un solo salto in una qualsiasi competizione in un trampolino da 70 metri. Facilissimo, no?

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Il film parte da un flashback sull’infanzia del piccolo Eddie, bambino parecchio sfigato ma incredibilmente tenace nella sua ossessione olimpionica. La cameretta piena di poster di grandi sportivi, gli occhiali spessi come due fondi  di bottiglia, i maglioni fatti a mano e quello sfondo sociale di Inghilterra lavoratrice alla Billy Elliot: il padre vorrebbe insegnargli il mestiere di intonacatore, la madre invece lo appoggia e protegge le sue fantasie a dispetto di ogni fallimento (i figli si sa, son sempre piezz’ ‘e core). E’ praticamente impossibile non affezionarsi fin da subito a questo pacioso ragazzino che quasi ogni sera si dirige alla fermata del pullman di periferia per partire alla volta delle Olimpiadi e viene recuperato dal padre che, occhi al cielo, se lo riporta a casa cercando di convincerlo dell’assurdità delle sue fantasie sportive.

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Che poi chi di noi da piccolo non ha sognato per un breve e fugace attimo di essere un famoso sportivo? Io tipo volevo fare il salto in lungo e mi allenavo in spiaggia sul bagnasciuga arrecandomi grandi abrasioni al sedere.

Poi però Eddie cresce e uno pensa erroneamente che la maggiore età gli porterà il buon senso necessario a lasciar perdere l’impresa: giammai! Escluso dalle selezioni per la squadra olimpionica di sci, con l’appoggio della sempre onnipresente madre, si trasferisce a bordo di un camper macilento alla volta della Germania per iniziare il suo training di salti dal trampolino, in un paese che ha solo consonanti (Garmisch-Partenkirchen), senza uno sponsor e senza uno straccio di allenatore, dove si mantiene lavorando in un bar di montagna gestito da una milfona di buon cuore.

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Avevo la stessa identica tuta rossa e blu per fare ginnastica alle medie. Sarà un segno?

Dopo aver effettuato con successo il salto dal trampolino dei quindici metri ed essersi quasi ucciso con quello dei quaranta incontra Wolverine Bronson Peary, un battipista ubriacone che gli consiglia di abbandonare l’impresa con sadico cinismo (Hugh Jackman finalmente in un ruolo convincente che non sia quello del Lupo Unghione). Ma vi pare che dopo tutta ‘sta fatica Eddie lo ascolti? Manco per il mazzo.

Di fronte alla sfrontatezza di questo ragazzo chiaramente pazzo e agli sfottò degli atleti professionisti nei suoi confronti (molto divertente la caricatura dei norvegesi tutti muscoli e forza bruta), il buon Peary, che si scopre essere un ex promessa statunitense di salto con gli sci, accetta di dargli una mano e tra i due inizia una bromance destinata a regalare agli spettatori momenti di incredibile ilarità.

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Un allenatore che si lancia dal trampolino in jeans e camicia nera fumandosi una paglia non poteva essere più appropriato.

Obiettivo dei due pazzoidi è quello di fare ultimare a Eddie il salto dei 40 metri senza sfacassarsi al suolo e per farlo Peary ricorre ad allenamenti decisamente poco ortodossi del tipo:

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Salto coi tronchi

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Posture da tacchino

Poco dopo Eddie si iscrive a una gara amatoriale e con un ridicolo salto di 38 metri ottiene il primato britannico e il diritto di far parte della squadra olimpica invernale; ma ahimè, i funzionari olimpici inglesi, gente brutta con la puzza sotto al naso, decide di cambiare le regole e pretende un salto di almeno 61 metri in una competizione sportiva ufficiale e riconosciuta dal comitato olimpico nazionale. Non starò certo a dirvi che Mr Edwards non si arrende neanche di fronte all’ennesimo imprevisto e decide comunque di provarci fino in fondo. La vita di quest’uomo è stata veramente piena di ostacoli e tantissimi portoni in faccia e, anche se probabilmente non ha mai dimostrato un equilibrio psichico tra i migliori, bisogna riconoscergli che in quanto a tenacia avrebbero dovuto dargli la medaglia d’oro così, sue due piedi.

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Il finale, lo capite anche da voi, si gioca tutto alle Olimpiadi di Calgary. Non starò a spoilerarvelo perché, anche se è abbastanza facile intuire dove andremo a parare, vale comunque la pena di godersi tutto il pathos del nostro alle prese con cerimonie, esposizione mediatica, brivido agonistico, dilemmi esistenziali. Eddie, com’è ovvio che sia, non vincerà una benemerita cippa ma potrà finalmente avere quel momento, il SUO momento, quello in cui dopo anni di fatica, infortuni, umiliazioni, potrà provare il brivido di un volo olimpionico sospeso su centinaia di spettatori che, di fronte alla forza di un sogno perseguito contro ogni logica razionale, ne restano ammaliati e lo eleggono eroe nazionale.

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Il film è decisamente stai senza penziè e caratterizzato da una grazia particolare che avvolge le vicende di Edwards senza giudizi di sorta e senza scadere nella retorica del “deridiamo il povero scemo noi che invece siamo fichi assai“. Perché Eddie The Eagle alla fine sembra proprio suggerirci il contrario; tutte le volte che lasciamo perdere, decidiamo di rinunciare, rimandiamo qualcosa che per noi è davvero importante, ci stiamo comportando da sfigati. E non importa quanto siamo belli, o vestiti bene, o socialmente rispettabili: abbandonare i propri sogni è sempre e comunque una faccenda da veri loser.

Ottima prova attoriale sia da parte del buon Hugh Jackman che, come si diceva, riesce a risultare parecchio nei panni dell’uomo tormentato dalle occasioni perse (anche se comunque un po’ ti aspetti che sfoderi gli unghioni da un momento all’altro), sia da parte del giovane Taron Egerton che smesse le orribili tutine da sci, pettinato come un cristiano e con una montatura di occhiali più fashion ha decisamente il suo perché:

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Dove l’avete già visto? In quella cosa pessima che era Kingsmen.

Ad ogni modo, a me il film è piaciuto parecchio e ve lo consiglio di cuore. Ora però devo chiudere perché sto riempiendo la vasca per vedere se riesco a battere il record mondiale di donna incinta a mollo nell’acqua ghiacciata e conquistare il mio sogno di oggi: non sudare più.

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