Cronache della Carlexit (parto in più atti)

Cronache della Carlexit (parto in più atti)

PRELUDIO

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Stato di avanzamento lavori del mio ventre negli ultimi nove mesi. Nella foto con sfondo bucolico di colline oltre che Carletto avevo nella pancia degli agnolotti monferrini, delle frittelle alle erbe selvatiche, una bistecca in carpione e dell’ottimo bunet.

La Carlexit inizia così, che mi sembra di avere rotto le acque ma dico al Baffo che comunque io in ospedale senza mangiare non voglio andarci e quindi ordiniamo due paranze su Foodora dal Mercato Metropolitano e sono anche parecchio buone. E’ giovedì sera, ci sono le nuvole, e quando arriviamo al pronto soccorso mi visitano quasi subito per dirmi che niente Carlexit ancora, di aspettare, che era un falso allarme. Ce ne torniamo a casa come siamo venuti, sereni e sazi, passiamo anche davanti alla Romana per un gelato celebrativo ma c’è troppa coda e lasciamo perdere. La notte però inizio a sentire qualcosa, ho una nota sul cellulare che segna le 3.52, perché alle 3.52 inizio a segnare quelle che mi sembrano essere contrazioni. Credo di avere definitivamente rotto le acque ma sono stanca di contare e mi addormento. Alle sette del mattino sveglio il Baffo e gli dico che stavolta ci siamo veramente. Faccio colazione, la doccia, ci rimettiamo in macchina e siamo, onestamente, un po’ emozionati.

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INTERMEZZO

Venerdì 22 luglio tutta Torino sta partorendo all’ospedale che ho scelto io, per cui quando arrivo vige un regime di assoluta entropia e devo aspettare cinque lunghissime ore prima di avere un letto. So da principio che l’esperienza sarà epica e avrà, come ho sempre immaginato, degli aspetti tragicomici, tipo io che tracanno litri di gatorade manco fossi alla maratona di New York,  il Baffo che a una certa richiama all’ordine il reparto infermieristico con una scena alla Liam Neeson (del genere “se non fate il letto a mia moglie…io VI TROVERO’! ’’), tipo i parenti vari che mentre passo seduta sulla carrozzina per andare in sala parto mi incitano come se stessimo a un derby Toro-Juve. Contrariamente a quanto pensassi prima, se qualcuno mi chiedesse quale parola mi venga in mente associata all’esperienza del parto credo che sarebbe concentrazione e non dolore. Il mio travaglio l’ho fatto praticamente tutto in piedi, camminando in corridoio, vocalizzando come un bodhisattva, incurante di ciò che mi circondava e concentrata solo ed esclusivamente ad assecondare il processo della Carlexit che, per mia fortuna, è stato poi anche abbastanza veloce. Alle tre del pomeriggio iniziavano le contrazioni e alle otto e mezza varcavo la soglia della sala parto con il Baffo con camice verde in versione Dottor Bollore e le due ostetriche sante donne che mi hanno aiutato a spingere fuori il poderoso cranio del Carlettone.

FUGA IN CARLO MAGGIORE

Quando ti ho visto appeso per i piedi, tutto viola e bianco come un pollo, e ti ho sentito caldo e vivo sopra alla mia pancia non ho capito più niente. Tremavo tutta, in ogni singolo muscolo del corpo, e il mondo era ancora molto lontano, c’era solo la mano di tuo papà Baffo sui miei capelli sudati per farmi ricordare chi ero. Ti hanno lavato, pesato, pettinato, mentre stavo lì con le gambe spalancate e cercavo di girare la testa per vederti e sapere che stavi bene; poi mi hanno aiutato a scendere, mi hanno vestito, aiutato a sistemarmi sulla sedia a rotelle e ti hanno posato tra le mie braccia.

Vedi Carletto mio, di tutti i momenti della vita che avevo vissuto fino ad allora, quel momento lì, quello in cui ci siamo guardati per la prima volta io e te, dopo esserci sentiti parte dentro parte e carne dentro carne per tutti quei giorni, ecco vedi, quel momento lì per me è stato il momento più momento di tutti. E’ stato uno di quelli in cui la vita si divide in prima e dopo, è stato come se fossimo nati tutti quanti proprio in quell’istante, tu per la prima volta e io e papà Baffo come persone nuove, come famiglia, in quella stanzetta buia buia al piano terra mentre una signora compilava il certificato di nascita e scriveva che dalle nove di quella sera c’eri anche tu nel mondo. A oggi posso dirti che, sebbene la dimensione dei tuoi piedi continui a farci pensare che diventerai altissimo e dovremmo alzare i soffitti nelle stanze, non ci sembra vero che potesse esistere un mondo in cui tu non c’eri e non eri lì acciambellato sul divano con aria da putto rinascimentale a dormire sonni profondi e regalarci la possibilità di insegnarti la vita.

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E adesso, dopo la #carlexit, iniziano le #carlettiadi.

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