L’importante è non pianificare

Quando ero ancora incinta pensavo, tra le mille altre cose, a quale sarebbe stato il destino di questo blog.

Nei miei migliori propositi avevo stilato una lista di argomenti da trattare per produrre post intelligenti, sagaci e appropriati per il mio esigentissimo pubblico di lettori; tuttavia nelle ultime settimane, complice l’aumento delle dimensioni della mia pancia, che mi impediva fisicamente di approcciarmi a una scrivania o di utilizzare il computer seduta sul divano, tutte le mie meravigliosi pianificazioni erano andate abbastanza a farsi fottere. Sono riuscita giusto a recensire un film, una mostra, a scrivere un pamphlet contro le cuffie in piscina, e aggiornare saltuariamente il mio profilo instagram e il canale di snapchat (coriandoliavapore) con poche sporadiche sortite fotografiche e non.

Poca roba di diludendo insomma.

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Tuttavia nella mia ingenuità di neomatre credevo che una volta tornata a casa, sarei riuscita a salvare i miei coriandoli dall’oblio sfruttando le pause oniriche del mio figliolo per allargare i miei orizzonti culturali con film, serie tv e libri, e scrivendo di tutto ciò da cui avevo tratto particolare diletto. Non avevo idea che per i primi dieci giorni, tutti i preziosi minuti in cui Carletto avrebbe chiuso mezzo occhio sarebbero stati sfruttati per espletare funzioni vitali minime tipo fare pipì, lavarsi i denti, riordinare i milioni di asciugamani, asciugamanini, pezze, lenzuoli, reggiseni, bavaglini, body, cuscini, seminati in ogni dove per la casa, cercare di recuperare il sonno necessario per riuscire di nuovo a sostenere un discorso di più di quattro frasi etc. etc.

Ora una dovuta precisazione. Non è che sia davvero così tremendo. Non è che non si dorma più, che la vita sia finita, che ci si recluda in casa senza tagliarsi le unghie dei piedi o radersi per un anno e tutte quelle cose che sono solite esclamare le care persone quando dici che hai avuto un figlio e ti rispondono “ah beh, allora per sei mesi mettiti il cuore in pace“, come se fosse la peggior iattura possibile.

Bisogna solo prendere un po’ il ritmo, concedersi qualche errore e qualche sfogo, ricordarsi che stare bene è comunque condizione assoluta per essere un buon genitore e quando arrivano i momenti no (perché qualcuno c’è) respirare profondamente e STARE CALMI, pensando che passerà, come sono passate tutte le cose nella vita, la prima febbre alta, il primo no, la prima delusione d’amore, la prima insufficienza in matematica, la prima frattura ossea, il primo addio, quella volta che hai fatto indigestione di cozze in vacanza al mare. Sembravano tutti momenti orribili e inaffrontabili, invece eccoti anni dopo a ripensarci e, in certi casi, anche con una certa malinconica dolcezza.

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Che poi un figlio ce l’ho da tredici giorni e sono già andata fuori a cena due volte, ho ricevuto a casa amici e parenti in svariate occasioni, sono uscita a fare commissioni, riesco quotidianamente a farmi una doccia e persino truccarmi un po’ se devo uscire. Il mio pomeriggio di fuoco ce l’ho avuto quando Amico Putto pareva affetto da un disagio inconsolabile e piangeva fortissimo qualunque azione decidessi di intraprendere. Lì per lì mi è venuta voglia di sedermi in un angolino e mettermi a piangere anch’io, sulla mia inutilità di madre, sulla mia incapacità di comprendere cosa stesse facendo soffrire così tanto la mia tenera mini-persona, sull’esistenza ontologica del male nel mondo, su tutte le cose tristi che possono esistere e succedere. Ero stanca, avevo dormito di emme ed ero incline al dramma. Così mi sono ricordata della regola del buon genitore, ho chiamato il Baffo e siamo usciti subito con mini-persona che una volta fuori dal portone di casa si è addormentato beato nella sua carrozzina.

Abbiamo attraversato la Torino delle sette di sera ad agosto, con un cielo enorme pieno di nuvole lenticolari, poca gente e tanti turisti con le loro macchine fotografiche e le loro lingue straniere,  parlando poco e camminando tanto perché eravamo un po’ in botta tutti e due. Forse questi momenti di silenzio, di intimità stanca ma tenera, di famiglia che si sta costruendo ma fa ancora un certo casino sono quelli che mi piacciono di più. Siamo finiti a cena da Cianci a mangiare le acciughe al verde, abbiamo preso il gelato, ho allattato il Carletto nel dehor di un bar di Via Garibaldi mentre prendevamo il caffè e spirava un venticello fresco. Mi sono sentita mamma e mi sono sentita bene.

Quindi ho pensato che se c’è speranza per costruirsi un ritmo di vita nuovo, forse c’è anche speranza per continuare a scrivere su questo blog e salvare i miei coriandoli dall’oblio o dal pericolo di trasformarmi in un mommy blog in cui consiglio a tutti i migliori prodotti per lenire le chiappe dei propri figli o le formule magiche da pronunciare per farli addormentare a comando.

Come al solito per me vale la regola del niente pianificazioni: si vive un giorno alla volta, si scrive un giorno alla volta, l’importante è soffermarsi sui particolari.

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Siccome va bene il ritmo ma pure mettermi a cercare delle foto significative era impossibile, le immagini sono state gentilmente offerte dai terribili filtri di snapchat che a me divertono un botto e che invece fanno inorridire il Baffo.

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