Il giorno della mia laurea

Il giorno della mia laurea

Da quando esiste Facebook Memories la mia vita è cambiata.

Spesse volte la mattina presto, quando finalmente riesco a ritagliarmi dieci minuti per la colazione, finisce che faccio quella cosa triste di dare uno sguardo a tutti i social ed ecco che faccialibro mi ripropone la sua galleria di ricordi passati,  tipo la volta che mi è esplosa una latta di fagioli in salotto o quando per il mio compleanno con mia sorella abbiamo fatto un milione di salatini nella vecchia casa di corso racconigi o il giorno che per festeggiare l’acquisto delle fedi nuziali io e il Baffo abbiamo ordinato un fritto di pesce da due chili.

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Questo fenomeno determina in me due sentimenti principali: il primo è di sgomento, perché realizzo da quando tempo sono effettivamente iscritta a Facebook e rifletto su come fosse leggera la vita quando ancora a colazione leggevo gli ingredienti sulle confezioni dei biscotti o guardavo fuori dalla finestra invece di mettere like a un video di gatti pucciosi. Il secondo è di fortissima malinconia per momenti che mi sembrano accaduti l’altro ieri e che invece realizzo ormai appartenere a un passato che è passato davvero e pare allontanarsi a una velocità vertiginosa da quello che sono oggi.

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Per esempio sette anni fa correva l’anno 2009 e mi destavo nella Seattle del Piemonte con una certa frizzantezza d’animo: era il giorno della mia laurea magistrale nel prestigioso ateneo milanese che risponde al nome di Università Cattolica ma che ho sempre preferito apostrofare come Hogwarts de Noartri. Ricordo ancora con precisione che dopo attente valutazioni e conciliaboli familiari si decise di raggiungere il capoluogo lombardo tramite autovettura in quanto il treno avrebbe potuto accumulare ritardi imprevisti. Immagino che sarà chiaro a tutti che nella mia famiglia qualsiasi occasione importante desta un livello di ansia che sono certa non abbiano nemmeno gli ingegneri aerospaziali di Cape Canaveral al momento del lancio.

laurea nasa

Qui Torre di Controllo tutti pronti con gli attacchi di panico?

laurea-nasa

Tre, due, uno…ANSIAAAAAAAAAAAA

Comprenderete bene la frenesia di quella mattinata, in cui tra un caffè ingollato alla velocità della luce, una veloce revisione di scarpe, trucchi e capelli (ero pettinata come Alessandra Martines in Fantaghirò true story), recupero di libretto universitario, documenti, macchine fotografiche, chiavi della macchina, chiavi di casa, gatti da sfamare, si partì con un certo qual ritardo sulla tabella di marcia.

laurea-mamma ho perso l'aereoMa niente panico: avevamo calcolato un’ora di bonus rispetto alla discussione di laurea con un piano strategico che prevedeva di raggiungere Milano, lasciare la macchina al parcheggio di Lampugnano e conquistare l’arrivo all’università tramite metropolitana.

laurea-una notte al museo

Tutto rego se non fosse che a una certa in autostrada incappammo in un incidente stradale corredato di restringimento corsia per lavori in corso. All’epoca non esistevano ancora Waze o Google Maps così mio padre estrasse il suo fido stradario cartaceo e dopo un’attenta consultazione averlo sfogliato a casaccio in preda all’ANSIA intraprese una deviazione per le campagne dell’hinterland milanese attraverso milioni di paesi con suffissi in -ate ed -ese, accumulando un ritardo di quasi due ore. Nessuno parlava più, io guardavo scorrere la pioggia fuori dal finestrino dissimulando serenità mentre in realtà ero più in botta del bambino di Shining.

laurea-shiningArrivati a Lampugnano mi fu chiaro che mi trovavo di fronte  a un bivio tipo Sliding Doors: da una parte la me che prendendo il treno sarebbe arrivata in tempo alla sessione di laurea e avrebbe concluso la giornata brindando con amici e parenti in un’atmosfera di festosa cordialità; dall’altra la me che invece avrebbe toppato la sessione di laurea e sarebbe stata obbligata a spendere altri sei mesi in pigiama a scrivere di decostruzionismo alle due del mattino o, peggio ancora, a ridare il temibile esame di storia greca di cui non ricordavo assolutamente nulla.

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Grazie al cielo i miei cognati partiti da Torino (due ore dopo di noi e nota bene IN TRENO) arrivarono in tempo per l’appello e per elargire pietose scuse sulle cause del ritardo al misso accademico. Quelli dell’università ovviamente si incazzarono un tantinello e mi ammisero comunque alla discussione della tesi. Un attimo prima ero in corridoio a cercare di recuperare i miei polmoni spiaccicati sul pavimento, un attimo dopo eccomi seduta nell’elegante sala conciliare, con i professori vestiti come nella Carica dei Centouno (avevano le pelliccette bianche e nere sulle spalle, che teneri!) a disquisire di Jacques Derrida, Husserl, Heidegger, Platone, sciorinando mesi e mesi di quelle che mi erano parse altissime sperequazioni filosofiche. Mi venne fatta una sola domanda a cui risposi con un fiume di competenza e parole che spazzò via qualsiasi entusiasmo nel pormi altri quesiti.

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A oggi sono certa che nessuno, ma proprio nessuno, seguì una mazza di quello che stavo dicendo, compresi i miei professori i quali però erano troppo accademici per ammetterlo. Quando suonarono la campanella (c’era una campanella siori e siore, come in giochi senza frontiere) e mi dichiararono dottoressa in filosofia con il massimo dei voti, pensai che infine era stato forse fin troppo facile, quei due anni fatti in uno e mezzo, tutti quei viaggi in treno, tutte quelle notti con gli occhi a palla a leggere e rileggere concetti per cercare di capire, collegare, scriverne. Finimmo a mangiare pizzette e bere prosecchino in un bar lì di fianco e fu tutto così veloce che lì per lì non ci arrivai subito, a pensare che avevo appena finito l’ultimo capitolo di quel periodo della mia vita tanto amato, quello da studentessa.

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Era il mio addio ai pomeriggi sui libri, alla polvere delle biblioteche, alle centinaia di bic blu scaricate per trascrivere lezioni e appunti. All’epoca, lo confesso, non avevo la più pallida idea di cosa sarebbe stato di me. Il finale di quel libro, quel finale verso cui avevo corso senza fiato per mesi e mesi, sudando tutta la mia fatica e le mie energie. E ora avevo di fronte a me il mondo. Il mondo vero. Quello dove cerchi un lavoro, cerchi una casa, paghi le tasse e ti adegui.

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Qualche anno dopo la laurea, mentre sistemavo degli scatoloni con gli appunti universitari ho ritrovato un quaderno in cui appuntavo idee varie per la tesi; nelle ultime pagine, con data di una settimana precedente al giorno della laurea, ci sono io che scrivo alla me stessa del futuro (patologia pura eh?). Tra le varie raccomandazioni che riportavo c’era quella di non dimenticare l’importanza di avvicinarsi di tanto in tanto a quei momenti di assoluta chiarezza che stanno nascosti nelle pieghe del quotidiano, quelli in cui improvvisamente riusciamo a vedere il filo rosso che collega e ci collega alle cose. Durante la tesi mi è capitato di arrivarci qualche volta: spesso di notte, mentre rileggendo un paragrafo sentivo improvvisamente accendersi le sinapsi e potevo accedere a qualche pensiero che mi sembrava pazzesco tanto era vero. Una volta esplorato, quel pensiero restava dentro la mia testa e diventava parte di me. Mi cambiava in meglio.

Ecco cos’era studiare per me: trovare il filo rosso delle trame del mondo e mantenere viva una certa speranza nella bellezza delle sue storie.

E mi manca tanto.

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